Un mio amico mi ha girato un messaggio con tante faccine. Diceva: “Abbandonare i social è il vero atto rivoluzionario che ognuno di noi può fare”.

È una frase pericolosa. Un’idea diffusa. Ma terribilmente pericolosa. E, paradossalmente, è la cosa “più social” che si possa dire.
Viviamo un mondo nuovo, complesso, veloce. La maggior parte della popolazione non era pronta. Chi è ci è nato dentro ha problemi di diverso tipo. Chi è nato a cavallo, come me del ’84, fatica ogni giorno a capire da che parte stare. Però c’è qualcosa di comune in ogni generazione: l’idea che si debba fare per forza qualcosa di diverso e rivoluzionario.

O meglio non è un’idea che hanno tutti. È un’idea che salta in testa almeno una volta al giorno o una volta nella vita, nel momento in cui non capiamo qualcosa o qualcosa sembra troppo grande di noi.
“Manda a fanculo il capo e insegui il tuo sogno” e “elimina i tuoi account social” hanno lo stesso carico di emotività. Sono fantastici sogni ma sogni. Poco reali, poco realistici. Suadenti ma pericolosi.

Se non puoi batterli…

“Si non potes inimicum tuum vincere, habeas eum amicum” diceva Cesare. Oggi suonerebbe più o meno così “se non puoi batterli, scappa”. “O combattili lo stesso e poi muori”.
È esattamente quanto fece John Henry, tristemente passato alla storia e divenuto icona della lotta dell’uomo contro le macchine. Si narra che durante i lavori Big Bend Tunnel della Chesapeake and Ohio Railway volesse dimostrare che era più forte ed efficiente di ogni macchina. Il suo antagonista, all’epoca, era un martello a vapore. John riuscì a vincere la sua battaglia ma morì pochi attimi dopo per un eccesso di sforzo, con ancora il martello ancora in mano. Una triste vittoria.

Il discorso sull’abbandonare i social ha molto in comune, compreso un possibile triste finale. Ma ne parliamo tra poco.

Senza social saremmo più felici?

Prima dovremmo chiederci come staremmo, oggi dopo averli avuti, a vivere senza i social?
Ci sono alcune ricerche in proposito, non tutte concordanti e non tutte chiare. Una, molto citata, è del 2013 dell’Università del Michigan rivelava che un maggiore uso di Facebook era correlato a un calo dei livelli di soddisfazione della vita. Un’altra, più recente, del 2017, a cura dell’Università di Utrecht pur volendo arrivare agli stessi risultati (la tesi principale era “L’uso dei social media ha un effetto negativo sulla soddisfazione della vita degli adolescenti”), concludeva che “no, non ci sono correlazioni evidenti”.

Oltre le ricerche accademiche e scientifiche, si trovano in rete esperimenti molto interessanti condotti a livello empirico. Per quanto siano storie personali penso che siano un buon punto sul quale ragionare.
Sinteticamente si trovano due tipi di esperienze e conclusioni
1) Persone che sostengono al termine del proprio “detox” che in fondo è possibile vivere senza e che si risolvono tanti problemi… ma poi tornano sui social.
2) Persone che sostengono che c’è del buono ma sono state sollevate e felici nel riavere accesso al mondo dei social.

Un’esperienza del primo tipo è quella raccontata da “Alaa” su Lifehacks.io Tra le cose “fantastiche” che riporta:
a) La tua vita privata non sarà più una galleria pubblica.
b) Non scatterai foto solo perché hai un bel vestito.
c) Niente più foto di finti momenti “felici”.
d) Interromperai alcune connessioni (amici) che non hanno grande valore
e) Non sarai costretto ad apparire sempre impeccabile

Penso siano tutti punti fantastici a meno che, come nel mio caso, pur essendo costantemente “sui social”, non scatto mai foto né le condivido. Di contro, mi viene da pensare a come dovrei “vestirmi” se la mia vita e il mio lavoro mi ponessero sempre di fronte alle persone…

Più interessante è la testimonianza di Isra García, che ha abbandonato i social per ben 4 mesi. Tra le cose buone emerse: una vita molto più orientata all’essenziale, produttività e creatività. Al termine però è stato anche lui molto felice di tornare sui social.

Arianna Yanes ha invece raccontato la sua esperienza su HuffPost. Il messaggio di Arianna è che, ogni tanto, staccare dai social è utile per rifocalizzarsi ma è innegabile i vantaggi che i social comportano (come non essere tagliato fuori da amicizie e presentarsi il giorno sbagliato a una riunione perché non hai visto la notifica…)

Il mio (immaginario) esperimento anti-social

Ci ho pensato diverse volte ma non ho mai trovato il coraggio e un forte motivo per staccarmi dai social, anche se per un breve periodo. Quello che so è che ad esempio, quando viaggio, anche solo per qualche giorno, mi sento completamente tagliato fuori e il mio lavoro ne ha risentito – non uso molto lo smartphone e non ho app installate, sono un desktop dipendente.
E quello che so è cosa mi piacerebbe eliminare e cosa stando fuori dai social riuscirei a risolvere. Ecco una brevissima e personale lista.

Meno stress
Non solo la mattina appena sveglio ma basta una lontananza dal pc (e dai social) di qualche ora per farmi precipitare in una sensazione di ansia e stress dovuta a cosa potrei essermi perso. Non lo etichetterei esattamente come FOMO, inteso in generale, ma come la voglia di poter monitorare azioni e reazioni a quella che è la mia attività. La reputazione così come sta andando un post o un articolo (mio o dei miei clienti) mi tiene in costante agitazione.

Ancora peggio è la situazione in cui qualcosa va storto. Penso ad esempio alle bizze degli algoritmi, LinkedIn in particolare, per cui viaggi a una media di tot visualizzazioni e un giorno sembra che non ti vede nessuno. In questi casi, pur sapendo che spesso si tratta di bug o che è normale a volte “toppare”, cado in preda a dubbi, domande e altre brutte sensazioni.
Non ci fossero i social? Tutto risolto.

Meno confronto
Quanto detto prima si esaspera con il confronto. Io sto andando male e lui? Io sto andando così così e loro?
Ma il confronto è dato soprattutto da tutti quei post che parlano di grandi risultati ottenuti e che, vuoi o non vuoi, abbassano la tua auto stima o aumentano la lista delle cose che dovresti fare.
Non ci fossero i social? Tutto risolto. Quasi.

Meno pressione
Pressione penso sia la parola giusta, la cifra di tutto. Anche una persona come me, un utilizzatore, certo strano ma non compulsivo (spero!), avverte un incredibile pressione di fronte a tutti i feedback diretti e indiretti che i social ti scaraventano ogni singolo istante.
Non ci fossero i social? Non ci sarebbe pressione. O quasi.
E qui entriamo nel vivo del discorso.

Di cosa stiamo parlando? Di social o di pressione?

Di social o della difficoltà e complessità della vita?
Il mio rapporto con i social è iniziato circa 10 anni fa, nel 2014 ne ho fatto un lavoro ed è iniziato a diventare ancora più fitto. Nel corso del tempo è chiaramente cambiato.

Nel 2014 un post sui social che riceveva abbastanza interazioni e possibilmente positive non significava solo un rilascio di dopamina nel corpo – come le ricerche dicono. Significava una speranza. La speranza che qualcuno si interessasse a me e che ne derivasse un lavoro. Dunque, soldi, dunque cibo e altre cose che Maslow mette alla base della sua famosa piramide dei bisogni.

Nel 2015 un commento negativo sui miei post non era un qualcosa di spiacevole ma un attentato a me e alla mia famiglia. Da metà 2016 alla fine del 2017 ho scritto un post al giorno su LinkedIn. Nel 2017, per circa tre mesi, ho scritto un articolo al giorno sul mio blog. In quel periodo tutto ciò che stavo cercando di costruire nella vita derivava da simpatie, antipatie e visibilità sui social. Chiamo questo, pressione, il genere di pressione che persone normali devono fronteggiare nella vita, non pressione da social.

Da fine 2018 ad oggi sono molto meno attivo e impegnato on line, un commento sgarbato sui social genera solitamente una mia battutina sarcastica e niente più. Potrei persino staccare 30 o 60 giorni senza soffrirne più di tanto. Non perché abbia fatto un corso sulla gestione dello stress nell’era dei social ma molto più semplicemente perché, grazie al lavoro precedente e una buona dose di fortuna, ho un tot di lavoro garantito almeno sino all’inizio dell’anno nuovo. Attenzione, non parlo di ricchezza e successo, mi riferisco sempre a quel gradino basso della piramide. Però conta. Fa differenza.

La stessa differenza, immagino, che faccia un No detto a un venditore che non chiude un contratto da un mese ed un detto a chi con un Sì avrebbe potuto raggiungere un piccolo bonus.

Parliamo di pressione. Non di pressione social.
Di contro, per le persone normali, che non hanno dunque una “vita garantita” e non hanno sbloccato i livelli altissimi della piramide, c’è sempre da fare e conquistare. Anche questa è pressione. Di altro tipo ma sempre di pressione si tratta.
Come si relaziona una persona di questo tipo con queste invenzioni strane chiamate social? Cosa dovrebbero fare?
Astenersi? Meditare? Riscoprire il valore di bussare fisicamente ogni porta e godersi sempre un caffè con l’interlocutore (potenziale cliente di qualcosa) di turno?
Sarebbe fantastico. Ma questo è un lusso.

Un lusso

Sul finire dell’anno scorso ho letto “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier e ho iniziato subito a consigliarlo a chiunque iniziasse un discorso sull’argomento. Ci ho trovato molti spunti interessanti. Uno su tutti: la mancanza e la distruzione del contesto. Qualcosa comune a tutte le piattaforme social per cui un qualsiasi messaggio, ogni qual volta viene condiviso e allarga la sua influenza, perde ogni riferimento alla situazione, al sentimento, alle informazioni base dell’autore…
Per fare un esempio è come se qualcuno prendesse due righe di questo pezzo che sto scrivendo (già di oltre 1700 parole) e lo condividesse sui social. Ad esempio, la parte “ho un tot di lavoro garantito almeno sino all’inizio dell’anno nuovo” avrebbe un senso completamente diverso se non contestualizzato. E questo non solo succede, nel senso che è possibile che capiti, ma succede continuamente.

Quello che ho pensato dunque io è che i nostri sforzi debbano andare verso una tutela del contesto e cioè riducendo, anche drasticamente, le persone e i mondi in cui i nostri messaggi viaggiano. O facendo sempre più attenzione.

Tornando a Jaron Lanier: lui si è davvero cancellato da ogni social. Ma prima ha costruito un impero (è tra i principali artefici di Second Life) e creato relazioni e reputazione tale per poter scrivere sulle principali riviste, essere ospitato dappertutto, vendere libri con la più grande copertura mediatica.

Un po’ simile alla situazione che vide protagonista Brian Acton, un uomo la cui azienda fu venduta a Facebook per 16 miliardi di dollari.
Insomma, tutto bello, giusto e facile. Ma non per tutti.


Come ha scritto Aprile Glaser su Slate qualche tempo fa: #DeleteFacebook, insulta coloro che non hanno il privilegio di andarsene.

Mi sembra che questo centri il punto e che lo centri soprattutto quanto scrisse Jillian C. York, direttore per la libertà di espressione internazionale: “#DeleteFacebook: senza valide alternative, andare via è ancora un privilegio”

Consiglio di leggere l’articolo integrale

Ci sono persone per le quali i social hanno rappresentato e rappresentano un antidoto alla solitudine, gruppi che aiutano ad uscire da problemi terribili, combattere la depressione, creare insieme, aiutare gli altri. Per le piccole imprese e per i professionisti, specie all’inizio, i social sono la speranza più grande e a buon mercato di ritagliarsi il proprio spazio.

Di contro, purtroppo lo so perché mi trovo a parlarci quotidianamente, coloro che perdono e hanno perso il lavoro, si trovano a dover recuperare un gap (social e digitale) che difficilmente si può colmare in un tempo breve. Ed aumenta la disperazione. E il cattivo uso dei social.

Social che sicuramente ci tolgono qualcosa e ci danno nuovi problemi. Come tutto d’altronde. Come ogni tipo di tecnologia e di innovazione.
Uscirne sarebbe fantastico. Ma lo sarebbe di più avere una famiglia fantastica, una rendita milionaria e fare ogni giorno quello che vogliamo senza doverci aspettare conseguenze.

Sicuri che il problema siano davvero i social?

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